
Ansia, social e abbonamenti: il business del disagio. Diagnosi via Instagram? No, grazie. Piccolo racconto della psicologia in abbonamento fondata più sull’abbonamento che sulla psicologia: un lato oscuro dei social di chi vuole guadagnarci se ti senti giù.
Prendo le parole di Anika Welks, ministra delle comunicazioni dell’Australia, per sintetizzare quanto sia urgente, sottostimato e impellente il contrasto a quei sistemi di “marketing” che vogliono far nascere nuovi desideri di servizi in ambiti pericolosi se non trattati da professionisti trasparenti e “tracciabili”.
“C’è posto per i social media, ma non ci deve essere spazio per algoritmi predatori che prendono di mira i giovani”.
Un esempio? La cura per la depressione venduta sui social dall’Estonia. Nel caso di specie parliamo di quelle criticità sociali strutturali che ormai fanno parte della vita ai tempi di quella che Soshana Zuboff ha felicemente chiamato “Economia della sorveglianza”. di cui i socialmedia sono la propaggine più diffusa e permeante.
Un sistema che usa dati e preferenze per far sorgere nuovi bisogni, acuire fragilità e contrapposizioni in nome di una massimizzazione dei profitti di chi risiede nella stanza dei bottoni – una nuova oligarchia che sta scommettendo sul disfacimento di empatia attraverso guerre e conflitti. Restiamo umani, diceva Vittorio Arrigoni. E difendiamo quel sistema di pesi, contrappesi e autorità vigilanti che possono e devono cercare di tenere in equilibrio un mondo che rischia di schiacciare gli utenti/cittadini più indifesi.
Certe pratiche di vendita e di reclutamento in abbonamenti per servizi psicologici che si trovano in rete, sono corrette?
Vi racconto un’esperienza personale. Un sito di cui non faccio il nome, apparso nello stream di Instagram con un cartoon e una musichetta in rima scritta in italiano molto accattivante (molto catchy si direbbe in digital gergo) che ti invita a riflettere se anche tu, “come milioni di persone nel mondo”, inconsapevolmente, soffri di disturbi come depressione e ansia.
Come scoprirlo? Con un sondaggio online sempre offerto “embedded” nell’ambiente del social di Meta. Al quale ho partecipato.
Ho risposto sinceramente al questionario (a volte, lo ammetto, ho difficoltà a prendere sonno: nulla di trascendentale, ma capita). D’altro canto ho cercato di non esagerare, simulando un utente tipo che fa queste cose perché “segue il flow” del social, in cui magari è immerso da decine di minuti in uno dei rari momenti in cui può staccare dal frenetico mondo iperconnesso moderno.

Il problema che si trovano ad affrontare gli utenti meno avvezzi alle pratiche di marketing è duplice. Da un lato, la UX – la user experience – fa apparire il test come incardinato in un laboratorio che elabora le informazioni in tempo reale con il supporto di un professionista. Il tutto finalizzato a produrre un profilo psicologico “gratuito”.
E poi, alla fine, il sospetto che tutto questo sia finalizzato e strumentale per farti “aprire gli occhi”: forse non lo sai, ma anche tu potresti essere depresso.

Di più: le tue risposte, limitate a dire “a volte faccio fatica ad addormentarmi”, danno vita a una “scheda personalizzata” dove emerge che hai problemi che non sapevi di avere, che sei in difficoltà e che, grazie all’aiuto del servizio offerto – 20 euro al mese –, potresti passare “da così a così”, con un equilibrio che ti permette di raggiungere i tuoi obiettivi e di aumentare la tua performance sul lavoro e in ambito relazionale.
Tutto sbagliato, tutto da rifare. Chi vigila su queste pratiche? Hanno base scientifica? Forse l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha qualche best practice in proposito? La società che offre il servizio – che in soldoni sarebbe un consulto psicologico cognitivo comportamentale con sede in Estonia, attraverso sedicente personale esperto che non si capisce se operi in Italia o a Tallinn – probabilmente sta semplicemente mettendo in pratica pratiche commerciali scorrette grazie ai nostri dati. Ma in un ambito pericoloso come quello del benessere psichico._
Chi vigila su queste pratiche?
Intanto l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel rapporto congiunto con l’OCSE del 2023 ha rilevato che i tassi di ansia e depressione tra gli adolescenti nei Paesi ad alto reddito sono aumentati del 25% tra il 2018 e il 2021, con una forte correlazione all’uso non regolato delle piattaforme digitali.
Secondo il Digital Services Act, in vigore dal 2024 in Europa, le piattaforme online sono obbligate a mitigare i rischi sistemici legati alla salute mentale, alla disinformazione e alla manipolazione algoritmica, soprattutto quando colpiscono minori o soggetti vulnerabili.
E il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) è chiarissimo: i dati sanitari sono “categorie particolari di dati personali” e il loro trattamento, specie se automatizzato a fini di profilazione, richiede consenso esplicito, informato e tracciabile.
Ecco allora che il dubbio diventa un sospetto fondato: servizi “psicologici” che profilano comportamenti e risposte emotive via social, senza garanzie, senza trasparenza e con sede estera, potrebbero violare più di un principio normativo, oltre che etico.
Vale la pena approfondire. E forse – perché no – valutare se ci siano gli estremi per un esposto all’AGCOM o al Garante Privacy, a tutela non solo dei nostri dati, ma del nostro benessere mentale.








