Tutto merito del compleanno di un bambino, un amico di scuola materna di Emilio. La festicciola alla ex scuola di Riva di Pontedellolio: a un tiro di schioppo dal Palazzetto dello sport. Così papà Mattia non ha potuto dire di no. “Mi assento un’oretta”. Ed eccomi in un palazzetto dello sport con davanti, sopra, ai lati oltre 400 persone venute non sicuramente per me. Ma per le due “voci” che ho ai lati: Pierluigi Bersani e Michele Serra.
Il primo, ex ministro, il miglior premier che potevamo avere ma che invece fu preso politicamente – indegnamente – a pesci in faccia in una diretta con Beppe Grillo in occasioni delle consultazioni quando era a capo del Pd “non perdente” alle elezioni; oggi è presidente dell’Istituto di storia dell’età contemporanea di Piacenza, e opinion maker dei salotti di Floris e con un seguito tra i giovani soprattutto che forse non ha mai avuto prima.
Il secondo che in quel palazzo della val Nure ci arriva fresco-fresco dai 50mila di piazza del Popolo, e alla vigilia di un’analoga manifestazione voluta dai sindaci di Bologna e Firenze per un Europa che torni a fare pratica di umanesimo.



«Ripartire dalla Valnure»: note a margine di un dialogo necessario
Sabato 5 aprile, al palazzetto dello sport di Pontedellolio, ho avuto quindi il piacere di coordinare un incontro che ha riunito più di 400 persone in occasione dii quella che ho definito subito in apertura “una festa”. Ossia l’apertura di un circolo di un partito, ovviamente il PD in questo caso, in un momento in cui la politica vede livelli di partecipazione tragicamente bassi.
Non era solo un appuntamento politico. Era un tentativo concreto di rimettere in connessione la sinistra con i territori, in particolare con quella Valle piacentina, la Valnure, che da Ferriere a Podenzano oggi vede il centrodestra guidare tutti i comuni. Non a caso, come ha riportato Il Piacenza (link all’articolo), Bersani ha detto: «Dobbiamo riprendere un discorso dal basso, non ci sono scorciatoie, a partire dalla Valnure».
Per me, come giornalista, è stato bello accompagnare il loro confronto. Ho cercato di aprire spazi, perché emergessero analisi profonde come quella di Serra, quando ha sottolineato che «Se nel mondo votassero solo le città, i progressisti vincerebbero sempre. Le campagne no, e non votano a sinistra».
Lì, nel cuore della provincia, si è discusso di natalità, di immigrazione, di montagne che si svuotano e scuolabus che passano per raccogliere figli di immigrati in Valtidone. Si è parlato anche del mestiere della politica, che per entrambi – Bersani e Serra – va ricostruito dalle fondamenta. «La politica è un mestiere, e dovrebbe ripartire dalle basi», ha detto Serra, evocando una dimensione da Prima Repubblica che oggi sembra quasi archeologia.
In un’epoca di tagli, rilanci e commenti veloci, lo spazio del confronto dal vivo resta un piccolo atto di resistenza. E sì, anche una palestra preziosa per chi, come me, continua a credere nel giornalismo come mediazione, ascolto e presenza.
Alla fine dell’incontro, molte persone si sono fermate per fare due parole, per un commento o un ringraziamento. L’ho vissuto come un riconoscimento non tanto personale, ma del lavoro che c’è dietro una buona conduzione: quella che mette al centro il contenuto, che costruisce le condizioni perché le parole abbiano il tempo di sedimentare, che tiene insieme fili diversi senza farli annodare.








