QUI DI SEGUITO, UN ARTICOLO USCITO SUL SETTIMANALE “NUOVO GIORNALE” DELLA DIOCESI DI PIACENZA A FIRMA FRANCESCO PETRONZIO SULL’INIZIATIVA — QUI LINK AL PEZZO

Di “sogni e illusioni di libertà” Patrick Zaki ne ha vissuti tanti nei ventidue mesi in cui è stato recluso nelle carceri egiziane. Così ha deciso di intitolare il suo libro, che ha presentato lunedì 11 dicembre alla Camera del Lavoro di Piacenza, ospite di Cgil e Amnesty in un incontro organizzato in collaborazione con l’editore La nave di Teseo. Zaki, studente all’Università di Bologna, il 7 febbraio 2020, mentre tornava in Egitto a trovare i parenti, fu arrestato dalla polizia egiziana all’aeroporto del Cairo. Le accuse erano di minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali, sovversione, diffusione di false notizie e propaganda per il terrorismo. Da lì il calvario, con violenze e processi rinviati. Il 18 luglio 2023 è arrivata la condanna definitiva a tre anni ma, immediatamente dopo, la grazia concessa dal presidente Abdel Fattah al-Sisi, al termine di una lunga trattativa diplomatica con l’Italia, lo ha rimesso in libertà. Oggi Patrick Zaki si batte per i diritti delle minoranze e degli oppressi.

“Non smetterò mai di lottare per la libertà”

“Sono cresciuto in una famiglia copta, fin dal principio mi ho sentito una minoranza – dice Zaki, intervistato dal giornalista Mattia Motta –. Dovunque io vada mi sento di appartenere a una minoranza. La scintilla che mi ha fatto scattare la voglia di battermi per i diritti è stata nel 2011, in occasione della rivoluzione del 25 gennaio (migliaia di egiziani scesero in piazza per la rimozione del presidente Hosni Mubarak, che alla fine si dimise lasciando il controllo ai militari, nda). Vedevo gente morire in strada – racconta Zaki – perché manifestava per avere più diritti e uguaglianza di trattamento. Avevo 19 anni, molti giovani in quell’anno si affacciarono alla politica. Appena ho avuto la possibilità, mi sono trasferito a Bologna per prendere una specializzazione nei diritti umani, più precisamente nelle differenze di genere. Quello che mi ha fatto finire in galera è una sorta di punizione collettiva che ha fatto di me un esempio, sono finito in carcere per tutti. Tuttavia, anche quando sono stato scarcerato, non ho mai voltato le spalle al tipo di lotta che volevo fare. E che farò sempre”.

“La mobilitazione mondiale per la mia libertà mi ha salvato la vita”

Nel libro, edito da La nave di Teseo, Patrick Zaki racconta minuziosamente la sua esperienza in carcere. Un genere che nella letteratura, come ha ricordato peraltro anche Mattia Motta nel corso dell’incontro, è presente in diverse occasioni. “Credo di essere stato più fortunato della media – afferma Zaki –: quando sono finito sotto la lente delle autorità non ero digiuno di conoscenze, avevo già un’idea di cosa mi sarebbe successo, già prima avevo documentato migliaia di casi di persone recluse. Quando sono stato portato in carcere non è stata una sorpresa assoluta per me. Un prigioniero nelle mie condizioni non sa per quanto tempo dovrà restare in carcere, ma avevo paura che sarei stato lì a lungo. Ciò che non immaginavo è che il fatto suscitasse così tanto scalpore a livello internazionale, la gente è scesa in strada immediatamente. Questo movimento popolare ha fatto sì che alcune persone all’interno del carcere venissero a saperlo e me lo comunicassero: le manifestazioni a mio favore mi hanno dato la forza di andare avanti. Così, le autorità non hanno potuto fingere che non fosse successo nulla, mi hanno dovuto necessariamente portare davanti a un tribunale. In qualche modo, l’ondata di sdegno a livello internazionale mi ha salvato la vita. Le cicatrici (del carcere, nda) restano, ma cerco di andare avanti perché quel tipo di fatica non sia richiesta ad altre persone”.

“Mi chiamavano Giulio Regeni”

Prima di entrare nel salone Mandela della Camera del Lavoro, Zaki si è fermato davanti allo striscione giallo di Amnesty International che chiede “verità per Giulio Regeni”. Nel libro, Zaki spiega che i carcerieri, per impaurirlo, lo chiamavano col nome di Regeni, il ricercatore italiano ucciso in Egitto all’inizio del 2016. Ma l’effetto di quell’appellativo non suscitò in Patrick Zaki l’effetto voluto dalle guardie. “Ogni volta che venivo accostato a Giulio – spiega Zaki – non mi sentivo non all’altezza. Era un onore essere accostato a lui, una persona di grande spessore culturale. Non bisogna mai fermarsi, continuiamo a cercare giustizia per Giulio Regeni”.

“Il tempo in carcere non è mai utile”

“Quali risorse si mettono in campo per resistere alla reclusione e per far sì che non sia un tempo del tutto inutile?” gli chiede con una domanda registrata la giornalista Carla Chiappini, che per 14 anni ha condotto un laboratorio di giornalismo nel carcere di Piacenza. “È difficile pensare che il tempo in carcere possa essere utile. Io – racconta Zaki – ho adoperato risorse per renderlo sopportabile senza radio, libri o quant’altro. Ho passato il tempo in varie maniere: nel mio caso le difficoltà non si sono palesate all’inizio, come spesso accade, ma sono venute dopo. Passare 23 ore di una giornata chiuso in una cella mi ha fatto perdere la testa, il tempo diventa il principale nemico. Si inizia a farsi una serie di domande a cui non si può dare risposta. Cercavo il modo migliore. A un certo momento, siccome non avevo accesso a radio e stampa, minacciai uno sciopero della fame: mi diedero radio e giornali, ovviamente filtrati dalla censura del governo, ma che mi aiutavano almeno ad avere uno sguardo sul mondo. Credo che nessuno che passi tempo in carcere possa trovarlo utile”. Su quest’ultima affermazione, riferita alle prigioni egiziane, Mattia Motta chiarisce che “nei sistemi democratici il carcere dovrebbe avere tra le sue funzioni il reinserimento”.

96 giornalisti uccisi nel mondo nel 2023

Sullo schermo appare un planisfero: è la conta dei giornalisti uccisi nel 2023 elaborata dall’International federation of journalists. Sono 96 i colleghi che sono rimasti vittime durante l’esercizio del proprio lavoro, di cui 74 solo a Gaza. “Il corrispondente principale di Al Jazeera ha perso quattro figli e la moglie – dice Zaki – un mio amico giornalista, sempre di Al Jazeera, che stava facendo la telecronaca di un attacco aereo ha appena ricevuto la notizia che fra le vittime c’era anche suo padre. Io spero in un cessate il fuoco immediato (fra Israele e Palestina, nda), anche se c’è un mondo capitalista che non lo vuole. Ieri (10 dicembre, nda) gli Stati Uniti hanno posto il veto sulla risoluzione Onu. Nessun ostaggio merita di esserlo, speriamo che la pace arrivi il prima possibile”.

Un egiziano su cinque è copto: i cristiani sono discriminati

Uno dei motivi – pretesti – per cui Zaki è stato arrestato nel 2020 è la “diffusione di false notizie”. In particolare, il governo egiziano si riferiva a un articolo di giornale che parlava della condizione dei cristiani copti in Egitto (circa il 18-20% della popolazione, sebbene la notizia ufficiale diffusa dalle autorità parli di una percentuale molto più bassa) e, in particolare, del diritto ereditario che penalizzava le donne di religione cristiana. Zaki sosteneva che i cristiani copti non dovessero sottostare alla sharia, la legge islamica.

Francesco Petronzio